16) Gassendi. Contro la teologia razionale cartesiana.
Finiamo le letture dell'introduzione al Terzo Quaderno presentando
alcuni brani tratti da opere di Pierre Gassendi (1592-1655),
contemporaneo di Descartes, frequentatore del circolo di Mersenne
e vicino alle posizioni dei libertini. L'orientamento scettico del
suo pensiero lo port a confrontarsi a fondo con la teologia
razionale cartesiana, di cui fu un severo critico. Nel processo
deduttivo, utilizzato da Descartes per arrivare alla dimostrazione
dell'esistenza di Dio, Gassendi mostra una serie di
contraddizioni, che ne inficiano la validit. A proposito di
questo argomento la sua opinione era che, essendo il mondo una
grande macchina, il suo funzionamento rimandava ad un'intelligenza
superiore che l'aveva progettata e realizzata. E questa era la
miglior prova sull'esistenza di Dio che si potesse avere. Gassendi
si rivolge direttamente a Descartes.
P. Gassendi, Disquisitio metaphysica seu Dubitationes et
Instantiae adversus Renati Cartesii Methaphysicam, in Med. terzo,
Dub. I e quarto.

In quarto luogo quando tu dici se si ignora ci che bisogna sapere
di Dio, di nessuna cosa si pu avere assoluta certezza, o vi
comprendi anche la certezza di quella proposizione Io penso o non
ve la comprendi: se ve la comprendi non hai concluso ancora niente
e sei stato temerario a fare una enunciazione e dei ragionamenti
intorno al fatto che tu pensi, che tu esisti e tutto il resto; ed
anzi sei destinato nuovamente a non concludere nulla, dal momento
che tutto ci che disputerai ed asserirai in merito a tutte le
altre cose, presuppone la certezza e la fondatezza di quel tuo
punto pi che archimedeo. Se poi non ve la comprendi, allora
quella tua principale certezza non dipender n da Dio n dalla
conoscenza che di lui si ha; anzi la certezza della conoscenza di
Dio sortisce la sua saldezza da quella, e addirittura ogni
certezza riguardo qualsiasi altra cosa pu essere ricondotta non
alla certezza dell'esistenza e veracit di Dio, ma alla certezza
di quella tua proposizione Io penso.
[...].
Riguardo a ci che voi aggiungete dell'idea di Dio, ditemi, di
grazia, poich voi non siete ancora certo della sua esistenza,
come potete sapere che esso ci  rappresentato dalla sua idea come
un Essere eterno, infinito, onnipotente e creatore di tutte le
cose, eccetera? Quest'idea che ve ne formate non viene piuttosto
dalla conoscenza che avete avuto per lo innanzi di lui, in quanto
esso vi  stato pi volte rappresentato sotto questi attributi?
Poich, a dir vero, lo descrivereste voi cos, se non ne aveste
mai nulla udito dire di simile? Voi mi direte, forse, che questo
non  ora portato che come esempio, senza che definiate ancor
nulla di lui. Io l'ammetto; ma badate di non farne dopo un
presupposto.
Voi dite che v'ha pi realt oggettiva nell'idea di un Dio
infinito che nell'idea di una cosa finita. Ma, innanzi tutto, lo
spirito umano, non essendo capace di concepire l'infinit, non pu
neppure avere, n figurarsi, un'idea, che rappresenti una cosa
infinita. E, pertanto, colui che dice una cosa infinita
attribuisce ad una cosa che non comprende un nome che egualmente
non intende, poich, siccome la cosa si estende al di l di ogni
sua comprensione, cos questa infinit, o questa negazione di
termini, che  attribuita a questa estensione, non pu essere
intesa dalla sua intelligenza che  sempre ristretta e rinchiusa
da limiti. Di pi, tutte quelle alte perfezioni che siamo soliti
attribuire a Dio, sembrano tratte dalle cose che ammiriamo
ordinariamente in noi, come la durata, la potenza, la scienza, la
bont, la felicit, e cos via, alle quali avendo dato tutta
l'estensione possibile, noi diciamo che Dio  eterno, onnipotente,
onnisciente, sovranamente buono, perfettamente felice, e cos via.
E cos l'idea di Dio rappresenta, s, in verit, tutte queste
cose, ma essa non ha per questo pi realt oggettiva di quanta ne
hanno le cose finite prese tutte insieme, dalle idee delle quali 
stata composta questa idea di Dio, e di poi ingrandita nel modo
che test ho descritto.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
dodicesimo, pagine 752-754.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/3.
Introduzione.
17) Gassendi. Ancora contro Descartes sulla conoscenza umana.
Gassendi si rivolge a Descartes e cita alcuni passi delle sue
opere per criticare la sua teodicea (vedi Quaderno secondo/5,
capitolo Cinque). Questo in sintesi il suo ragionamento: se l'uomo
erra  segno che egli  incapace, quindi imperfetto, e di ci una
qualche responsabilit anche Dio deve pur averla.
P. Gassendi, Disquisitio metaphysica seu Dubitationes et
Instantiae adversus Renati Cartesii Methaphysicam, in Med. terzo,
Dub. I e quarto.

Ecco perch, quando voi dite un poco dopo che , in certo modo,
una maggior perfezione nell'universo il fatto che alcune delle sue
parti non sono esenti da errore, che se fossero tutte simili,  lo
stesso che se diceste che , in certo modo, una pi grande
perfezione in una repubblica il fatto che alcuni dei suoi
cittadini siano cattivi, che se tutti fossero persone dabbene.
Donde accade che, come sembra esser augurabile ad un buon principe
di non avere che delle persone dabbene per cittadini, egualmente
sembra che avrebbe dovuto essere conveniente al disegno ed alla
dignit dell'Autore dell'universo di fare in modo che tutte le sue
parti fossero esenti da errore. E bench possiate dire che la
perfezione di quelle che ne sono esenti sembra maggiore per il
contrasto con quelle che vi sono soggette, questo, tuttavia, non
accade che per accidente; proprio come, se la virt dei buoni
risplende, in certo modo, per l'opposizione dei cattivi, non ,
pertanto, che per accidente che essa splende di pi cos. Di guisa
che, come non  a desiderare che vi siano dei malvagi in una
repubblica, affinch i buoni ne sembrino migliori, egualmente
sembra che non fosse conveniente che alcune parti dell'universo
fossero soggette all'errore, per dar maggior lustro a quelle che
ne erano esenti.
Voi dite di non avere nessun diritto di lamentarvi, se Dio,
avendovi messo al mondo, non ha voluto che foste dell'ordine delle
creature pi nobili e pi perfette. Ma questo non toglie la
difficolt, che sembra vi sia, di sapere perch non gli sarebbe
bastato darvi posto fra le meno perfette, senza mettervi
nell'ordine di quelle fallaci e difettose. Poich, precisamente
come non si biasima un principe, perch non eleva tutti i suoi
cittadini ad alte dignit, ma ne riserba alcuni per gli uffici
mediocri, ed altri ancora per gl'infimi, tuttavia sarebbe
estremamente colpevole, e non potrebbe esentarsi dal biasimo, se
non soltanto ne destinasse alcuni alle funzioni pi vili e pi
basse, ma ne destinasse anche ad azioni malvagie e perverse.
Voi dite che non vi  in effetti nessuna ragione, che possa
provare che Dio avrebbe dovuto darvi una facolt di conoscere pi
grande di quella che vi ha dato; e che, per quanto destro e dotto
operaio ve l'immaginiate, non dovete, per questo, pensare che egli
avrebbe dovuto mettere in ognuna delle sue opere tutte le
perfezioni che pu mettere in alcune. Ma ci non risponde alla mia
obbiezione, e voi vedete che la difficolt non  tanto di sapere
perch Dio non vi ha dato una pi ampia facolt di conoscere,
quanto di sapere perch ve ne ha data una fallace; n si mette in
questione perch un operaio perfettissimo non voglia mettere in
tutte le sue opere tutte le perfezioni della sua arte, ma perch
voglia mettere in alcune anche dei difetti.
Voi dite che, bench non possiate trattenervi dall'errare per
mezzo di una chiara ed evidente percezione di tutte le cose, che
possono cadere sotto la vostra deliberazione, avete, tuttavia, in
vostro potere un altro mezzo per impedirvene, che  di ritenere
fermamente la risoluzione di non dar mai il vostro giudizio sulle
cose, di cui la verit non vi  nota. Ma quando anche aveste ad
ogni momento un'attenzione abbastanza intensa per badare a ci,
non  forse sempre un'imperfezione, non conoscere chiaramente le
cose, sulle quali abbiamo a dare il nostro giudizio, ed essere
continuamente in pericolo di errare?.
Voi dite che l'errore consiste nell'operazione in quanto procede
da voi, e che essa  una specie di privazione, e non nella facolt
che avete ricevuto da Dio, e neppure nell'operazione in quanto
dipende da lui. Ma io concedo che non vi sia errore nella facolt
considerata come proveniente immediatamente da Dio; ve n',
tuttavia, se la si considera pi da lontano, in quanto essa 
stata creata con questa imperfezione di poter errare. Cos, come
dite benissimo, voi non avete motivo di lamentarvi di Dio, che, in
effetti, non vi ha mai dovuto nulla; ma avete motivo di
ringraziarlo di tutti i beni che vi ha concesso. Ma v' sempre di
che stupirsi perch non ve ne abbia dati di pi perfetti, se 
vero ch'egli sapeva farlo, poteva farlo, ed era immune da invidia
[...].
Poich, bench Dio non concorra alla privazione che si trova
nell'atto, la quale  propriamente ci che si chiama errore e
falsit, concorre, nondimeno, all'atto, cui se non concorresse,
non ci sarebbe privazione; e, d'altronde, egli stesso  l'autore
della potenza che s'inganna o che erra, e, pertanto, egli 
l'autore di una potenza impotente, e cos sembra che il difetto
che si trova nell'atto non debba tanto essere riferito alla
potenza, che di per s  debole ed impotente, quanto a colui che
ne  l'autore, e che, avendo potuto renderla potente, o anche pi
potente di quel che fosse necessario, l'ha voluta fare qual'.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
dodicesimo, pagine 763-765.
